SensiTour

I Volti del Monte Arci tra olfatto e udito-Prima puntata: Villa Verde e Pau

Il Monte Arci: un gigantesco essere vivente che risuona…

Ogni volta che le Mariposas de Sardinia che hanno tracciato i percorsi di Sensitour mi parlavano del Monte Arci, lo facevano come se si trattasse di una persona. Come se fosse un saggio eremita da cui andassero a fare visita ogni volta che potevano, tornando sempre piene di meraviglia, di doni, di racconti e Bellezza.

Io che, a distanza, vedevo quel monte come qualunque altro, il loro entusiasmo non riuscivo a capirlo. Cosa mai poteva avere di così straordinario rispetto agli altri?

Poi ci sono salita. E lì, ho capito.

Il Monte Arci non è un posto come gli altri e quando impari a conoscerlo, scopri che è proprio così che ti ritrovi a parlarne. Come di un gigantesco essere vivente che risuona, respira, insegna e meraviglia. È singolare già dal nome perché, in effetti, non è un monte, ma un complesso di vulcani spenti. Tutta l’energia che ha sprigionato molti milioni di anni fa, continua a conservarla in ogni singola pietra che lo compone, in ogni pianta che lo abita e in tutta la passione delle persone che lo vivono, trasmettendo, a chi accompagnano ad attraversarlo, un amore a cui è impossibile restare indifferenti.

È stato durante il nostro ultimo itinerario sensoriale, quello dedicato alla vista e all’udito, che l’ho conosciuto. Mi ci sono avvicinata piano, a passi lenti sui sentieri di ossidiana, attraversando un bosco sospeso tra la profondità silenziosa del passato e il suono del presente. Sono stati passi di esplorazione e scoperta in cui immaginare gesti antichi di millenni. Abbiamo percorso un cammino sonoro, di passi su vetri scheggiati in cui riecheggia il lavoro di mani sapienti, tra i suoni del bosco e la voce dei rapaci notturni. Un viaggio nel tempo e dei sensi che ha cambiato per sempre la mia percezione. Oggi, anche per me, il Monte Arci è come una persona di cui ho già nostalgia.

Villa Verde: boschi fiabeschi e archeologia nuragica

​La mattina del primo giorno ci siamo incontrate col team a Villa Verde da dove abbiamo raggiunto il bosco​ fiabesco di Mitza Margiani che è stato la nostra porta d’ingresso al Monte Arci. Lì ci aspettavano i nostri ​cantastorie locali. Roberto Scema, sindaco di Villa Verde, Giovanni Ledda, poeta e cantastorie, e Marco Cabras, archeologo, ci hanno accompagnato al villaggio di Bruncu e S’Omu di cui Marco è vicedirettore degli scavi.

Dal 1982 al 2000 gli scavi hanno portato alla luce 18 strutture risalenti al periodo del Bronzo finale, quindi al periodo finale della civiltà nuragica. Cosa siano le strutture circolari che ci mostrano non è chiaro, perché sono molto più ampie e alte delle solite capanne, hanno tutte due nicchie speculari e i loro muri sono inclinati come quelli dei nuraghi. Agli archeologi questo luogo ha riservato uno straordinario anacronismo che ha tutto il potenziale per riscrivere pagine di storia: una colata di ferro in piena epoca del Bronzo.In una di queste costruzioni, Marco ci mostra una vasca perfettamente tonda che è stata interpretata come una macina.

Lì accanto, lungo il perimetro dei muri, sono stati trovati strumenti per il telaio risalenti al Bronzo Medio, dei conci a forma di T e molti frammenti di corna di cervo che forse coronavano il perimetro della sommità della costruzione. A cosa servivano queste costruzioni? Mentre gli archeologi lavorano per elaborare una teoria plausibile, ci piace ascoltare cosa percepisce un poeta che in questi luoghi è cresciuto. Gianni Ledda apre la sua raccolta poetica Sentidos e ci legge i versi che ha dedicato proprio alla costruzione in cui ci troviamo, la numero 17. “Quando mi immergo in questo luogo mi pare di sentire le voci degli abitanti nuragici – racconta – Come in sogno mi vedo immerso nel passato, tra voci e canti di gente operosa”.

Percorriamo il bosco tra il profumo della terra umida e del muschio e ci arrampichiamo sino al nuraghe Bruncu ’e S’omu che domina la vallata, permettendo al nostro sguardo di perdersi tra le colline sino all’orizzonte. Il suono dei campanacci delle pecore al pascolo ci arriva a distanza come un’eco lontana e si unisce al cinguettio degli uccelli.

Riprendiamo il nostro cammino e attraversiamo scenari fiabeschi, tra alberi intrecciati, liane, rocce coperte di muschio, ciclamini che colorano col loro rosa acceso un manto verde brillante fino al pozzo sacro. Passando accanto agli antichi accorrus, ovvero i rifugi che i pastori e i caprai usavano durante la transumanza, tra il ronzio delle api e il profumo delle ginestre, arriviamo al rifugio di Roja Menta. Pranziamo all’ombra di una grande quercia e proseguiamo il nostro cammino fino a ​Pau​. 

Pau: suoni di rapaci e Perda Corbina

Qui incontriamo il nostro cantastorie Sergio Floris che ci guida nel bosco S’Omu de is Abis (la casa delle api in lingua sarda, n.d.r.) tra fiori di cisto e ravanelli selvatici alla scoperta del bosco incantato del Monte Arci e delle sue grotte. “Si chiama Monte, ma è un massiccio vulcanico con quattro crateri – ci spiega – e la pietra che lo compone è basalto, una pietra lavica”. Mentre camminiamo avvolti nel profumo pungente di menta selvatica, ci mostra gli anfratti che venivano chiusi con frasche di cisto che, quando è fresco, è appiccicoso. Mi mostra come basti una piccola pressione per unire i rami e le foglie. Quando si seccano le fronde si trasformano in una copertura impermeabile che protegge dalla pioggia. Ed è così che i pastori in transumanza che arrivavano dal nuorese si proteggevano la notte.

Dopo tramonto ci avviamo verso una pineta dagli alberi altissimi dove ci aspetta il più insolito concerto a cui ci sia mai capitato di partecipare. A organizzarcelo sono gli operatori del Ceas di Pau che promuovono nel territorio il progetto di salvaguardia dei rapaci notturni, O.Tu.S.  (Oasi di Tutela per Strigiformi). Mentre ci addentriamo nella vegetazione è quasi buio, gli alberi sono ormai lunghissime sagome nere che si stagliano sul cielo ancora blu. I nostri cantastorie ci mostrano le casette sui tronchi dove gli assioli, con i loro occhi tondi gialli e neri, si infilano facendone il loro nido. Questi uccelli, che appartengono alla famiglia dei gufi, non costruiscono i nidi, ma occupano le cavità che trovano negli alberi o le casette di legno appese dai ricercatori. Qualcosa vola tra i rami, ma non riusciamo a distinguerla. È l’ora del concerto. I nostri cantastorie hanno portato l’attrezzatura per riprodurre il verso dell’assiolo. Sarà un richiamo a cui l’uccello risponderà. “Come in un gioco – ci spiegano – Esattamente come fanno tutti gli uccelli”. Questo suono non mi è nuovo. Mi ricorda notti estive in luoghi silenziosi, lo associo al canto dei grilli e, con la sua cadenza ritmata, questo verso mi fa sentire come cullata. Tra gli alberi, un assiolo risponde al richiamo. Arrivano dall’Africa in Primavera, mentre nel sud Sardegna restano tutto l’anno. Oltre a questo uccello, i cui occhi a cerchio formano il simbolo del progetto, ci sono altri rapaci notturni di cui andremo a cercare lo stridìo. Tra questi alberi volano anche civette, barbagianni e gufi comuni. Camminiamo nel bosco notturno illuminando i nostri passi con una torcia. Non è un caso che la nostra perlustrazione sia al buio. Sino al tramonto – ci spiegano – cantano i passeriformi, dopo che cala il Sole smettono e lasciano il posto all’avifauna notturna con uno stacco netto. Come dei concertisti che si danno il cambio.

In mezzo alla campagna, i cantastorie riproducono il verso del barbagianni. È come un grido e, all’improvviso, lo vediamo. È come uno spirito bianco in volo sopra le nostre teste. È uno spettacolo unico. Proviamo a ripetere, ma lui probabilmente ci osserva appollaiato su un ramo di un albero lontano e non risponde più. Lo abbiamo imbrogliato una volta, ma non ci concede il bis. Su questi uccelli notturni c’è una nutrita letteratura diffamatoria che li vuole uccelli maleauguranti o associati a macabre leggende che li vedono come una sorta di vampiri che uccidono i bambini e il bestiame. “La verità – ci raccontano – è che spesso nidificano nei cimiteri semplicemente perché sono luoghi particolarmente tranquilli e si avvicinano alle greggi solo perché, muovendosi, sollevano insetti di cui loro si cibano”. Per completare il concerto ci fanno sentire i versi di altri rapaci come quello inquietante dell’allocco che sembra il lamento di un neonato disperato. Il playback che hanno usato è un’eccezione che concedono raramente e solo a fini didattici. Se si facesse abitualmente, l’equilibrio dell’avifauna ne verrebbe sconvolto. Torce alla mano, torniamo indietro lungo il sentiero nel bosco notturno. È tempo di andare a dormire. Domani ci aspettano altre immersioni sensoriali.

Dopo una notte in una casa in cui hanno nidificato le rondini, la mattina raggiungiamo la piazza di Pau dove ci aspetta Giulia Balzano, la nostra cantastorie che ci accompagnerà sulle vie dell’ossidiana. Mentre ci racconta con passione la storia di questi luoghi, raggiungiamo ​Sa perda Crobina (la pietra nera, in sardo, n.d.r.), un sentiero nel bosco cosparso di schegge di quel vetro vulcanico che sin dall’epoca preistorica ha reso famoso il Monte Arci in tutto il bacino mediterraneo.

Il vulcano che ha creato questo monte a forma di grande scudo ha smesso di eruttare 3 milioni e mezzo di anni fa e costituisce un vero e proprio museo a cielo aperto. L’area archeologica che attraversiamo è la più estesa officina di scheggiatura di ossidiana di tutto il Mediterraneo dove uomini e, probabilmente, donne, stando agli ultimi ritrovamenti, lavorarono sino all’Età del Bronzo, trasformandolo in un monte sonoro. Lo capisco mentre i nostri passi tintinnano sulle schegge di vetro vulcanico e ancor più quando torniamo a Pau, dove, al Museo dell’ossidiana, Giulia, che qui si occupa dei servizi educativi, ci mostra un video in cui viene riprodotto l’atto di scheggiatura. Con questo gesto si creavano i pezzi tondeggianti da cui i compratori in seguito ricavavano punte per lance e altro. Il suono che riecheggia in questo museo, unico al mondo assieme a quello giapponese in un bosco non lontano da Tokyo, è davvero singolare. Sembra quasi la voce dell’ossidiana, come se fosse viva e il suono fosse un grido. I racconti di Giulia hanno cambiato la nostra percezione.  È incredibile quanto una persona appassionata del suo lavoro possa trasmettere completamente l’amore per il suo territorio coinvolgendo completamente chi l’ascolta. “Noi percepiamo l’ossidiana come una materia solida – ci spiega – ma è un liquido raffreddato velocemente e del fluido conserva la struttura chimica infatti l’atto di scheggiatura produce su di essa onde simili a quelle di un sasso sull’acqua”. Questo suo essere in bilico tra i solidi e i liquidi ha qualcosa di magico. E la magia diventa ancora più potente quando ci spiega i dettagli da cui capire come questo vetro, in base al colore, all’opacità e alle imperfezioni, racconti la sua formazione di oltre 3 milioni di anni fa. Ci racconta anche che la lavorazione era destinata a ricavare strumenti per cacciare non per guerreggiare. A testimonianza che nel Neolitico, quando si venerava la Dea Madre, si viveva fondamentalmente in pace.

Ce ne andiamo sbalordite e mentre Sergio Floris ci accompagna, tra vigneti e ronzio di api, verso le vie della transumanza, pensiamo che, d’ora in poi, ogni volta che ci ricapiterà di guardare un frammento di ossidiana, non vedremo più solo un vetro nero, ma una pagina di storia. Quando arriviamo a S’ecca sa Cresia, sul sentiero dei caprai in mezzo ai sughereti inizia a piovere. Il suono del bosco diventa quello del tintinnare delle gocce sulle foglie e il rumore dei nostri passi sui rami secchi. Il profumo, invece, è quello della terra bagnata e del muschio. Lungo il sentiero troviamo le carbonaie dove davano fuoco alla legna per produrre il carbone per i treni. Improvvisamente realizzo che il colore nero sembra segnare il nostro percorso, dall’ossidiana al carbone, passando per l’humus, la terra nera e fertile del sottobosco.

La pioggia si interrompe. Camminiamo in silenzio per assorbire tutte le sensazioni che ci regala questo bosco elfico ed è ormai sera quando raggiungiamo il rifugio di ​Bedda Manca per vedere il Sole che tramonta sul golfo di Oristano. Alle nostre spalle, il bosco diventa sempre più nero e misterioso. Il suono degli uccelli notturni ha ormai preso il posto di quello dei passeri e dentro il rifugio ci aspetta il crepitio del fuoco attorno al quale mangiamo ricordando le avventure di questa giornata…

Scritto da: Cristina Muntoni
Foto di: Cristina Muntoni  e Mariposas de Sardinia      

 

 

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